Giacomo Cosenza -

Opinioni brevi

16/12/07

Stigma e DRM/5 - TPM

Nella mailing list di Digital Media in Italia accadono le stesse cose che Sandrone Dazieri ha descritto benissimo in un suo post di qualche tempo fa e che non saprei esprime meglio. Ciò detto, mi interessa mettere in rilievo una delle tipiche leggende internettiane che, di link in link, assumono lo status di verità.

La colpa di questa trasfigurazione, nella maggior parte dei casi, dipende dalla superfialità di chi linka. Si tende a prendere per buono, per esempio, il post di x che dichiara di avere scritto un programma software (e sicuramente lo ha fatto) che utilizza un'implementazione di interfacciamento con il diavolo (il Trusted Platform Module) e che al momento dell'esecuzione del programma che ha scritto gli chiede un certificato digitale per essere eseguito. Il certificato costa x, e quindi questo dimostrerebbe la malvagità del TPM e del DRM che, senza TPM, potrebbe essere crackato in pochissimo tempo (la sicurezza software è molto meno sicurezza della sicurezza hardware).

Bella dimostrazione, certo, della superficialità di chi l'ha scritto, ma soprattutto di chi l'ha cominciato a linkare come se fosse l'oracolo divino, per altro aggiungendo il seguente ringraziamento al programmatore x:

Grazie di aver condiviso la tua esperienza, mi e’ tornata molto utile. Sto discutendo con delle persone che vogliono fare un DRM interoperabile di Stato per risolvere i problemi delle major… roba da pazzi…

I pazzi saremmo noi di Digital Media in Italia. Noi vorremmo risolvere i problemi economici delle major? E per farlo introdurremmo una piattaforma di gestione dei diritti d'autore interoperabile? E la sua tesi si baserebbe sul post del programmatore di cui sopra? Forse nessuno ha detto al programmatore che prima di trarre conclusioni affrettate avrebbe almeno potuto verificare se per caso non ci fosse la possibilità di creare una certification authority del software libero/open source che potesse emettere certificati del software libero e open source. Forse non ha considerato che proprio il TPM dimostrerà la superiorità del modello di sviluppo aperto del software e che proprio quel tpm potrà servire a costruirci la certezza del rispetto della privacy, perché nel codice sorgente leggo cosa fa il codice, il codice compilato è garantito essere compilato a partire da quel codice sorgente e, conseguentemente, sulla mia macchina vengono eseguite solamente i programmi che so esattamente cosa fanno delle mie risorse e dei miei dati.

Certo, molto peggio del programmatore ha fatto il linkettaro. Qui fuori ce ne sono a badilate a costruire falsità e stigma verso questo o verso quello. A loro basta linkare e scrivere, scrivere, scrivere, e pontificare sui massimi sistemi costruendo le loro argomentazioni su assunzioni indimostrate o addirittura false.   La verità è che c'è ancora molto da capire del social networking e al momento vincono troppo spesso le leggende internettiane, come la migliore barzelletta sulle bionde.

Nel mio piccolo cerco di piegare il bastone dall'altra parte, sperando che Cartesio avesse ragione almeno in questo.

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28/10/07

Bowling a Columbine

Leggendo un articolo di repubblica mi sono ricordato di Bowling a Calumbine di M.Moore, del 2002. Ma ci volevano 60 psicologi e psicoterapeuti per capire che il modus televivendi provoca danni alla salute mentale, quando lui ci era arrivato in quattro e quattro otto?

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06/10/07

Tabacchi self service e tutela della privacy

Oggi pomeriggio sono andato a comprare le sigarette nel bar sotto casa. L'area tabacchi interna al bar è in ristrutturazione, però hanno installato un nuovo modello di self service esterno al bar. Sono ovviamente al corrente del fatto che i minori non possano acquistare sigarette. Sono anche uno tantissimi che ha sofferto numerose volte del "buco" tra le 19.30, l'ora in cui la gran parte delle rivendite di tabacco chiudono, e le 21.00, l'orario in cui diventano operativi i self service. La motivazione della limitazione temporale dell'operatività dei self service dipende dal tentativo di limitarne l'uso proprio ai minori. Immagino che tale norma sia stata introdotta ai tempi del "carosello" e che oggi abbia perso molto della sua efficacia, ammesso che ne abbia mai avuta. 

Bene, il nuovo modello di self service adesso non ha più limitazioni temporali di operatività, ma per poter comprare le sigarette prima delle 21.00 e dopo le 7.00 bisogna inserire la tessera del codice fiscale, oppure la tessera sanitaria (non sono sicuro di quest'ultima). La motivazione è ovvia. Per entrambi i codici esistono semplicissimi algoritmi che estraggono vari dati, tra i quali proprio la data di nascita codificata in suddetti codici. Cosi la nuova macchinetta self service può verificare se il codice fiscale è di un maggiorenne o di un minorenne.

Fantastico, verrebbe da dire a tutti coloro che hanno sofferto come me il "buco" di cui sopra. Peccato, però, che non si sappia come venga usato quel codice fiscale. Viene memorizzato da qualche parte? Viene associato all'acquisto delle sigarette? E queste coppie di associazioni codice fiscale sigarette (o anche marche di sigarette) è potenzialmente sfruttabile commercialmente dai costruttori di self service? Visto che gli imprenditori (io per primo) sono sempre alla ricerca di opportunità di business, non è che c'è qualcuno di loro che coglie due piccioni con una fava? Estendendo l'operatività temporale dei self service oltre a fare più margini (ricavi - costi), si può anche rivendere quell'informazione tanto preziosa. A chi? Beh, per esempio alle assicurazioni sulla salute, che così potrebbero ridurre il rischio di assicurare chi come me fa di tutto per ammalarsi gravemente, oppure alle multinazionali dei tabacco (compreso il monopolio di stato) che potrebbero profilare in modo piuttosto raffinato non solo la propria clientela, ma anche quella dei concorrenti.

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29/09/07

Pensavo fosse amore invece era un calesse/2

L'altro giorno, quando ci siamo incontrati al bar del sole24, avevo pochissimo tempo e mi sono perso uno dei momenti più ludici che Domiziana ha però riportato in un suo post. Sempre della serie "pensavo fosse amore invece era un calesse", questa volte con le bionde come protagoniste.

11/09/07

Ramblings of a Polymath

Dopo molti anni di silenzio un mio carissimo amico di vecchia data (dalle medie all'università e ancora qualche anno dopo) si è fatto vivo per comunicarmi che aveva aperto un suo blog.  E' stato emozionante riconoscerne lo stile, l'estensione e l'intensione culturale e, infine, l'energia vitale. E allora ho ritrovato anche una parte di me stesso che dormiva da qualche parte e in una discussione privata sui linguaggi di programmazione ho fatto un'affermazione che a lui è molto piaciuta e che riporto

Scrivere codice illeggibile con un linguaggio non tipizzato è facilissimo, ma scrivere codice sublime con un linguaggio tipizzato è quasi impossibile

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03/09/07

Creative Capital

Dopo tanti anni mi sono concesso ferie piuttosto lunghe. In Olanda: Maastricht, Amsterdam, Delft, Den Hague, Utrecht. Un po' di tempo prima, circa due anni fa, il fraterno amico Marco Zamperini 1.0, mi aveva mandato  il link relativo a una conferenza sulla creatività che si teneva ad Amsterdam e il cui titolo era Creative Capital. Allora ero rimasto impressionato dai contenuti dell'agenda "aperta" della conferenza e anche dalla qualità delle personalità che vi avrebbero tenuto le principali presentazioni. Ma la cosa che più mi sorprese era la partecipazione, con tanto di intervento di apertura della conferenza, del sindaco di Amsterdam. Proprio non riuscivo a immaginare un sindaco meneghino, dalla Milano da bere in su e in giù, a destra e a sinistra, che partecipasse con un ruolo attivo, e non di consunta e ipocrita rappresentanza delle istituzioni, a una conferenza di "creativi" pieno di interventi significativi su licenze creative commons e open source, etica hacker, e via discorrendo.

Oggi, tornato dalla vacanza Olandese, dove in ogni casa-vetrina, tutte rigorosamente prive di inferriate e di tende si scorgono quadri e sculture vere, non poster plastificati di Van Gogh, l'impressione di allora si è decuplicata. Proprio in una città e in un paese dove la creatività artistica,  e non solo, è ancora tanto viva, c'è chi nelle istituzioni si preoccupa di capire quali possano essere gli interventi pubblici atti a creare un contesto favorevole  a una sua ulteriore crescita nell'era della conoscenza.

Noi che siamo gli ultimi che facciamo? Incentiviamo i creativi pubblicitari a trovare l'effetto più erotizzante possibile per vendere una linea ADSL, un gelato al cioccolato o un telefonino che lo fa, il gelato al cioccolato.

Non sembra anche a voi che sia venuto il momento di darsi una svegliata?

 

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29/07/07

Getting Real & Steve Jobs

Sto leggendomi Getting Real di 37signals dal quale estraggo il seguente bellissimo aneddoto relativo a Steve Jobs:

Steve Jobs gave a small private presentation about the iTunes Music Store to
some independent record label people. My favorite line of the day was when
people kept raising their hand saying, “Does it do [x]?”, “Do you plan to add
[y]?”. Finally Jobs said, “Wait wait – put your hands down. Listen: I know you
have a thousand ideas for all the cool features iTunes could have. So do we. But
we don’t want a thousand features. That would be ugly. Innovation is not about
saying yes to everything. It’s about saying NO to all but the most crucial features.

Derek Sivers, president and programmer, CD Baby
and HostBaby (from Say NO by default)

Ecco perché Steve Jobs è decisamente più avanti di tutti gli altri.

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13/07/07

Libertà e innovazione

Liberty Sono appena tornato da una riunione sulle architetture, diciamo così, societarie. Quelle cose di cui capisco proprio poco, tipo roll up, tag along, drag along e via discorrendo. Durante il viaggio di ritorno di un paio di ore finalmente abbiamo discusso cose di cui spero di capire di più, ossia delle idee che "sintetizzano" attualità/potenzialità tecnologiche con attualità/potenzialità di mercato.

Nella discussione ho capito una cosa: a prendersi per musa la "libertà", in tutte le sue più note accezioni, si vede molto, ma molto più lontano che a prendersi per musa il "denaro", anche se i due incentivi di ispirazione godono di interessanti relazioni reciproche.

In ogni caso è mia opinione e convincimento che la tensione alla o per la libertà produca molta più innovazione della tensione alla o per la ricchezza.

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04/07/07

Social music revolution

LastfmTempo fa sono incappato in last.fm , che è stata recentemente acquisita da CBS per la sorprendente cifra di 280 milioni di dollari. C'è molto di interessante in questa iniziativa che ha ormai quasi 5 anni di vita e che nel tempo ha consolidato parecchie funzionalità per i vari attori delle catene del valore del mercato musicale.

In primo luogo vale la pena di riportare il payoff di last.fm: the social music revolution. In cosa consisterebbe questa rivoluzione? Beh, mutatis mutandis, ma senza neppure particolari sforzi di astrazione, in molto di quanto ha recentemente postato proprio in nova100 Luca De Biase. Mi riferisco in particolare a  questo post in cui Luca riporta la notizia della ricerca sponsorizzata da DoubleClick, secondo la quale il passaparola è diventato il "medium" più influente per i consumatori americani. Ma mi riferisco anche a quest'altro interessante post di Luca che riporta la lista delle reti di blog che facilitano la possibilità di guadagnare qualcosa con la pubblicità. I due fenomeni, evidentemente, hanno una certa correlazione: se la blogosfera, ossia il passaparola per eccellenza della rete, non influenzasse così tanto i consumatori americani, a chi verrebbe in mente di comprare spazi pubblicitari dai blogger?

Last.fm ha fatto un primo piccolo passo per sdoganare il mercato musicale dalle influenze delle costosissime campagne promozionali degli artisti firmati dalle major, abilitando una modalità "sociale" di promozione degli artisti. Dico che il passo è stato per il momento breve perché last.fm ha previsto che gli artisti e le label possano promuoversi "anche" pagando banner o richiedendo di essere inclusi in quelle che chiamerei tagradio e questo mi sembra un approccio ancora troppo tradizionale. 

Insomma, quella di last.fm non è certo la rivoluzione invocata, ma se non altro appare essere (e non è la sola) una tappa di avvicinamento a quello che potrà essere il mercato musicale del futuro, perché in quello di oggi sono in troppi ad avere dolori, come riportato anche da Antonio Dini, primi tra tutti gli artisti che avranno pure molti difetti, ma senza di loro la vita sarebbe indubbiamente più noiosa.

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27/06/07

In difesa di Domiziana Giordano

Premetto che non conosco Domiziana Giordano, mentre conosco, anche di persona, alcuni di coloro che hanno reagito con più o meno livore ai suoi post o perché Domiziana non saprebbe scrivere in italiano o perché metterebbe  colpevolmente all'indice, e senza neppure averne le competenze tecniche, un noto produttore di telefonini.

Non appena sono trapelate nella blogosfera le prime indiscrezioni sulla presenza di Domiziana Giordano in nova100, sono immediatamente partiti i primi razzi. Altri hanno premeditatamente caricato i fucili e si sono preparati a sparare non appena "la straniera" della blogosfera avesse fatto il primo errore. Poi, sparato il primo colpo, tutti dietro a finirla.

Non è mia intenzione difendere Domiziana entrando nel merito dei contenuti dei suoi post, intendo però difendere Domiziana in quanto "straniera" della blogosfera, perché sono contrario a qualsiasi forma di razzismo, anche di quello tecnologico che a volte fa capolino tra noi "informattati".

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21/06/07

La ricerca di Google è sorpassata?

IconubuntuMentre tornavo a casa in scooter mi è venuta quella che mi è sembrata essere un'illuminazione. In cinque minuti scoprirò che, invece, è una stupidaggine, ma la scrivo ugualmente. Almeno quando penserò di averne avuta una seconda, andrò a leggermi la prima e invece che cinque minuti, per scoprire che anche la seconda è una bischerata, ci metterò 30 secondi e non dovrò neppure scriverla.
Credo che molti sappiano che l'algoritmo di page ranking di google sia brevettato (anche se sono quasi certo che la sua implementazione sia oggi lontana parente di quanto scritto nel brevetto). Ma andiamo per passi. In questo periodo mi sto occupando, per motivi professionali, dei cosiddetti Recommendation System, quelli che Costanzo chiamerebbe i consigli per gli acquisti. Nell'era del one-to-one marketing, che prima era una parola vuota, e adesso sta cominciando a riempirsi di concretezza, l'algoritmo di page ranking di google sembra un dinosauro. Se google usasse davvero con intelligenza le registrazioni di tutto quello che cerco io e le registrazioni di tutto quello che cerca un altro, dovrebbe dare risposte o meglio suggerimenti differenti ad uno e all'altro, almeno in termini di ordinamento.

Ecco, l'ho detta, e pure grossa: l'algoritmo di page ranking di google è superato. I cinque minuti sono passati nello scriverlo e io continuo a pensarlo. Spero che qualcuno li fuori mi riporti con la testa sulle spalle.

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20/06/07

QuickHowto del liberista ipocrita/4

LogoIn un precedente post si diceva che sfrugugliando gli standard tecnici definiti da ACBI (Associazione Corporate Banking Interbancario), su mandato di ABI (Associazione Bancaria Italiana) non si trova traccia dei formati standard per la comunicazione alle imprese delle condizioni/commissioni applicate dalle banche per i servizi che erogano alle imprese. Se non ci credete, ecco qui il link agli standard tecnici e buona lettura. Troverete i formati standard per tutte le tipologie di flussi dispositivi (p.e. Disposizioni di Pagamento, Disposizioni di Incasso, e perfino la nota lenzuolata di Bersani sull'F24) e per tutti i tipi di flussi informativi (p.e. le rendicontazioni, gli avvisi di pagamento effetti, ecc), ma delle condizioni di conto corrente o di qualsiasi altra commissione bancaria non c'è traccia.
Adesso andate per un momento al sito dell'ABI. Poteva forse mancare un link ai cosiddetti Patti Chiari? Certamente no, c'è persino il portale della clientela promosso da un consorzio di ben 167 banche italiane.

Fascia17112006_2

Il banner di intestazione, che vi ho riportato, recita:

Ogni giorno lavoriamo per migliorare la relazione delle banche con cittadini, famiglie e imprese

e ancora

Chiarezza semplicità e trasparenza ti aiutano a scegliere meglio in banca

Persino al copy che ha ideato il payoff è scappato un bel lapsus freudiano perché ha scritto “ti aiutano a scegliere meglio IN banca” invece di scrivere “ti aiutano a scegliere meglio LA banca”. Non so voi, ma tra bancomat, carta di credito e  internet banking io in banca non ci vado praticamente mai e come me anche la mia azienda ha smesso da tempo di farsi le code agli sportelli per pagare gli stipendi ai collaboratori o i bonifici ai fornitori.

167 banche dichiarano contemporaneamente di avere a cuore la trasparenza verso la clientela, ma ce ne sono  quasi 700 (e praticamente tutte le 167 fanno parte anche di queste ultime) associate al ACBI che, in barba a tutte le dichiarazioni di intenti, con e senza lapsus freudiani,  nell'era della comunicazione elettronica di tutti i tipi di informazioni e anche di tutti i tipi di transazioni finanziarie si guardano bene dal definire uno standard per comunicare elettronicamente ai propri clienti le condizioni/commissioni che applicano per l'erogazione dei servizi bancari. All'epifania del liberista ipocrita mancano ancora pochi post.

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15/06/07

QuickHowto del liberista ipocrita/3

BankingCome promesso, eccoci alle banche. Nel lontano 1997 ho partecipato alle creazione di un'applicazione che va sotto il nome di corporate banking. Tale tipologia di applicazione consente alle imprese (non ai privati) di gestire i rapporti che intrattengono con le varie banche. Come forse alcuni sapranno, non esiste in Italia azienda che possa permettersi di intrattenere rapporti con una sola banca. Già questa è una bella stranezza rispetto a gran parte del resto del mondo occidentale evoluto dal punto di vista dei sistemi finanziari ed è diretta conseguenza, almeno per le PMI, di quanto ho tentato di descrivere in un precedente post: Le PMI sono costrette dalla casta triadica (politica, grandi imprese e banche)  a finanziare le grandi imprese con i costosissimi soldi che si fanno prestare dalle banche sotto gli occhi artificiosamente miopi dei politici. Le banche, però, sono sempre state molto più accorte con le PMI, anche parecchio prima di Basilea2, di quanto non lo siano state con le grandi imprese come CIRIO e Parmalat e, conseguentemente, per ridurre il rischio, se lo spartiscono tra loro e le PMI si trovano a dovere distribuire le proprie richieste di finanziamento tra più banche. Per la cronaca, ci sono anche pessime imprenditori che usavano, prima di Basilea2, tale distribuzione per presentare gli anticipi delle stesse fatture su più banche, ma quest'ultimo è un comportamento illecito. Comunque si diceva che un'applicazione di corporate banking consente alle imprese di utilizzare una sola applicazione per interagire con tutte le banche con cui intrattiene rapporti. Se, come privati, avete anche solo due conti correnti su due banche differenti, immaginatevi un solo internet banking per interagire con entrambe le banche. Oltre ad essere multibanca (a dire la verità esistono anche corporate banking monobanca), il corporate banking si distingue dall'internet banking per il fatto di offrire una vista della situazione dei conti correnti aggiornati alle 24 del giorno precedente. La circolazione delle informazioni e delle transazioni tra più banche per tutte le imprese che aderiscono al circuito viene garantita dai cosiddetti Centri Applicativi (CA) e, con loro, dalle cosiddette Strutture Tecniche Delegate (STD). Tali informazioni/transazioni sono rappresentate in flussi elettronici i cui formati sono definiti dal CBI (Corporate Banking Interbancario). Se andate a sfrugogliare suddetti formati (detti anche tracciati) vi accorgerete di una cosa straordinaria: non sono previsti i tracciati per le condizioni applicate dalle banche ai conti correnti (ed in generale per le condizioni applicate dalle banche a qualsiasi altra tipologia di rapporto).

Al prossimo post per scoprire il perché.

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12/06/07

QuickHowto del liberista ipocrita/2

Pipa Dunque, si diceva che l'ipocrisia, almeno nel dizionario inglese incluso con il sistema operativo Mac OS X, è l'abitudine a dichiarare con le parole l'adesione ad uno standard morale dal quale il comportamento del dichiarante stesso si discosta in modo significativo. In altre parole l'ipocrita dissimula con le parole il proprio comportamento. Il liberista ipocrita è quindi colui che si afferma liberista anche se si comporta in modo non liberista.   In questo senso, non liberista va inteso nel senso più ampio e logico della negazione: tutto ciò che NON è liberista. Certo, l'economia statalista è non liberista, ma anche il protezionismo è non liberista. In generale e non liberista tutto ciò che si oppone al libero mercato. Nei prossimi post cercherò di fornire qualche suggerimento pragmatico su come diventare liberista ipocrita nel contesto del mercato bancario.

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08/06/07

QuickHowto del liberista ipocrita/1

01 Questo è il primo post che dedicherò al tema dell'ipocrisia del liberista. Se ci si vuole fare un'idea veloce sul come diventare liberista ipocrita, un QuickHowto può essere un punto di partenza, ma senza alcuna pretesa sociale, etica, economica, o politica.

Cominciamo dunque dal dizionario più a portata di mano che ho, quello incluso con Mac OS X.

hypocrisy |hiˈpäkrisē| noun ( pl. -sies)
the practice of claiming to have moral standards or beliefs to which one's own behavior does not conform; pretense.

ORIGIN Middle English : from Old French ypocrisie, via ecclesiastical Latin, from Greek hupokrisis ‘acting of a theatrical part,’ from hupokrinesthai ‘play a part, pretend,’ from hupo ‘under’ + krinein ‘decide, judge.’

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04/06/07

Zingales versus Prodi

Luigi_zingales_2600x480Torno a PISA, ovvero al principale tema del festival dell'economia di Trento: il capitale umano. Ho seguito la presentazione di Luigi Zingales dal titolo: Quale sistema di istruzione fa la differenza? Premetto che avevo seguito nel pomeriggio anche la presentazione di Alan Krueger sullo stesso tema e che si intitolava "Quanto vale l'istruzione?" Entrambe i titoli degli interventi erano con il punto di domanda. Un bell'inizio. Sorvolo sulla descrizione metodologica di PISA (in rete si trova tutto quello che volete) e passo subito alle conclusioni di Zingales. L'Italia è messa malissimo sotto tutti i punti di vista:

  • basso punteggio medio in tutti e quattro i test (matematica, scienze, problem solving e lettura)
  • bassa varianza all'interno della stessa scuola
  • alta varianza tra scuole differenti

In particolare questi due ultimi dati indicano quella che statisticamente viene detta una forte segregazione, ossia una significativa differenza qualitativa tra le varie scuole. Immagino, anche se Zingales non ha presentato i dati, che la segregazione sia tanto di tipo territoriale (nord vs. sud) che di categoria scolastica (licei vs istituti tecnici e commerciali). Tra le azioni correttive suggerite da Zingales c'era anche la riduzione delle differenze tra le scuole (come ottenerla però non lo ha detto), che io interpreto anche come omogenizzazione dei primi anni delle superiori, per esempio eliminando nei primi due anni la differenza tra licei e istituti tecnici. Però domenica ho sentito il Presidente del Consiglio, ospite del festival, affermare che l'industria meccanica italiana ha bisogno dei periti. Chi ha ragione dei due?

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03/06/07

Quella che pende non è la torre di PISA, ma l'Italia

LogoSono appena tornato dal festival dell'economia di Trento, dove mi sono fermato sia sabato che domenica. Il tema era: capitale umano e capitale sociale. Si è parlato molto di correlazioni tra istruzione e ricchezza, personale e del paese. Inevitabile il riferimento a P.I.S.A. (Program for International Student Assessment), i cui dati sono stati analizzati e rielaborati dai più noti economisti italiani (Luigi Zingales) ed internazionali (Alan Krueger). C'e' da tremare. L'Italia è posizionata malissimo ovunque, ma ciò che è peggio è che stiamo parlando non del presente, ma del futuro, visto che l'assessment è stato condotto sui quindicenni, ossia su quella fascia della popolazione che tra 15 anni circa rappresenterà la classe produttiva italiana. L'unica consolazione è che molti economisti non sono neppure d'accordo tra loro sulle interpretazioni di quei dati e neppure sulla possibile cura della terribile malattia della scuola italiana nel suo complesso. La mia personalissima impressione è che l'economia sia lungi dall'essere la regina di tutte le scienze sociali, visto l'ampissimo uso che fa di statistica e del teorema indimostrabile dell'homo oeconomicus, però ci da tantissimi strumenti che aiutano la riflessione. E' una costante tensione a passare da correlazioni tra dati a relazioni di causa-effetto. Ma io vivo un poco sopra l'economia (è passato un quarto di secolo dalla mia laurea in filosofia ad indirizzo logico-matematico) e un poco sotto (sono più di dieci anni che faccio l'imprenditore), quindi potrei essere tranquillamente tacciato di snobismo intellettuale (quando guardo da sopra) e di miopia pragmatica (quando guardo da sotto). Tornerò comunque presto sul festival dell'economia di Trento, perchè mi ha davvero appassionato. Un grazie particolare a lavoce.info che so essere il vero motore di questo festival. Dovremmo davvero ispirarci a loro per fare un festival della creatività e della tecnologia.

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28/05/07

Ma quanto mi costi?

BanknotesDa qualche settimane non c'è modo di sfuggire al rumore che tutte le grancasse dei media stanno facendo sui costi della politica. Lungi da me ritenere che non ci siano buone, anzi ottime ragioni per farlo e il successo di La Casta di Gian Antonio Stella è li a dimostrarlo. Però non vorrei che si diagnosticasse la classe politica come unica causa dei mal di pancia di tutti i cittadini italiani, in particolar modo di quelli, tra quest'ultimi, che pagano le tasse e che forse hanno più di altri il diritto a manifestare disappunto.

Ci sono infatti altre caste che, a ben guardare, mi appaioni altrettanto responsabili delle difficoltà di crescita, non solo economica, dell'Italia. Proverò a spiegarmi con semplici esempi tratti dalla mia esperienza di piccolo imprenditore. La mia impresa eroga servizi di system integration alle grandi imprese per le quali l'ICT ha un ruolo rilevante per il successo dei loro core business. Tralascio la difficoltà che una piccola impresa deve affrontare quando compete in quel mercato con concorrenti di qualche ordine di grandezza più grande anche solo per farsi conoscere. Quest'ultima questione può essere riassunta infatti in poche parole: dobbiamo dimostrare di essere non solo più economici dei nostri giganteschi concorrenti, ma anche notevolmente più bravi.

Quando, dopo investimenti commerciali significativi, finalmente si riesce a portare a casa uno di questi grandi clienti, immancabilmente accade quanto segue:

  • la stipula del contratto avviene parecchio tempo dopo l'inizio delle attività
  • la fatturazione delle attività viene artificiosamente posticipata
  • i termini di pagamento superano abbondantemente i 90 giorni data fattura fine mese. Benchè esista una norma europea recepita nel 2002 dallo stato italiano che indica il limite di 60 giorni dal ricevimento della fattura, l'articolo di legge prevede (e come poteva essere diversamente) che nel caso in cui le parti indichino per iscritto un accordo differente, suddetto limite può essere superato (avete presente il potere contrattuale delle grandi imprese vero?)

Ora provate a fare due conti e a leggere in parallelo i bilanci delle grandi imprese italiane.

Cominciamo dai conti. Affinchè una piccola impresa possa lavorare per una grande impresa, a causa dei tre punti di cui sopra, deve affrontare un'esposizione finanziaria media di circa 150 giorni di calendario (cinque, dicasi cinque mesi). Come fa? Chiede credito alle banche, in genere con lo strumento dell'anticipo fatture. Naturalmente le banche i soldi non li prestano gratis e neppure senza garanzie, soprattutto alle piccole imprese. Ergo i costi finanziari degli investimenti delle grandi imprese sono sostenuti, almeno in parte, dalle piccole imprese. Per fare una prova del nove è sufficiente passare alla lettura dei bilanci delle grandi imprese per scoprire che il loro debito si distribuisce mediamente in modo abbastanza equilibrato tra debito verso le banche e debito verso i fornitori.

E poi si tengono centinaia di convegni per capire perchè le piccole imprese italiane facciano fatica a crescere! Che io sappia, una conditio sine qua non per crescere è fare investimenti in innovazione di prodotto e di servizio. Ma se le piccole imprese si indebitano con le banche, ovviamente aumentando gli utili di quest'ultime, al solo scopo di finanziare gli investimenti delle grandi imprese, allora è ben difficile che rimanga cassa sufficiente per finanziare la propria innovazione. O No? E i politici cosa fanno? Nulla, assolutamente nulla, ma non perchè siano loro stessi una casta, ma perchè la casta è una e trina: banche, grandi imprese (che ormai in Italia è come dire ancora banche) e potere politico.

Più del costo della casta politica, bisognerebbe quindi parlare del costo di questa particolare trinità la cui comprensione, al contrario del Mistero della  Trinità, non trascende certo la ragione.

Sorvolo sulla dannazione delle piccole imprese cui, per ventura, dovesse capitare di lavorare per la pubblica amministrazione nella quale i tempi dei punti di cui sopra vanno almeno raddioppiati.

Ne approfitto, invece,  per suggerire la lettura dell'articolo  I veri nemici del capitalismo  di Rajan e Zingales, ma se avete qualche ora in più è imperdibile il loro  Salvare il Capitalismo dai Capitalisti.

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22/05/07

Luna Rossa su The Register

The_register_r Ha dell'incredibile: la prima notizia nella sezione software/enterprise di The Register riguarda la sconfitta di BMW Oracle contro Luna Rossa alle semifinali di Louis Vuitton Cup.

Se Luna Rossa continua così, c'è il rischio di leggere la notizia della sconfitta di Alinghi sul sito U.S. Food & Drug Administration.

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