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Stigma e DRM/5 – TPM

Nella mailing list di Digital Media in Italia accadono le stesse cose che Sandrone Dazieri ha descritto benissimo in un suo post di qualche tempo fa e che non saprei esprime meglio. Ciò detto, mi interessa mettere in rilievo una delle tipiche leggende internettiane che, di link in link, assumono lo status di verità.

La colpa di questa trasfigurazione, nella maggior parte dei casi, dipende dalla superfialità di chi linka. Si tende a prendere per buono, per esempio, il post di x che dichiara di avere scritto un programma software (e sicuramente lo ha fatto) che utilizza un’implementazione di interfacciamento con il diavolo (il Trusted Platform Module) e che al momento dell’esecuzione del programma che ha scritto gli chiede un certificato digitale per essere eseguito. Il certificato costa x, e quindi questo dimostrerebbe la malvagità del TPM e del DRM che, senza TPM, potrebbe essere crackato in pochissimo tempo (la sicurezza software è molto meno sicurezza della sicurezza hardware).

Bella dimostrazione, certo, della superficialità di chi l’ha scritto, ma soprattutto di chi l’ha cominciato a linkare come se fosse l’oracolo divino, per altro aggiungendo il seguente ringraziamento al programmatore x:

Grazie di aver condiviso la tua esperienza, mi e’ tornata molto utile. Sto discutendo con delle persone che vogliono fare un DRM interoperabile di Stato per risolvere i problemi delle major… roba da pazzi…

I pazzi saremmo noi di Digital Media in Italia. Noi vorremmo risolvere i problemi economici delle major? E per farlo introdurremmo una piattaforma di gestione dei diritti d’autore interoperabile? E la sua tesi si baserebbe sul post del programmatore di cui sopra? Forse nessuno ha detto al programmatore che prima di trarre conclusioni affrettate avrebbe almeno potuto verificare se per caso non ci fosse la possibilità di creare una certification authority del software libero/open source che potesse emettere certificati del software libero e open source. Forse non ha considerato che proprio il TPM dimostrerà la superiorità del modello di sviluppo aperto del software e che proprio quel tpm potrà servire a costruirci la certezza del rispetto della privacy, perché nel codice sorgente leggo cosa fa il codice, il codice compilato è garantito essere compilato a partire da quel codice sorgente e, conseguentemente, sulla mia macchina vengono eseguite solamente i programmi che so esattamente cosa fanno delle mie risorse e dei miei dati.

Certo, molto peggio del programmatore ha fatto il linkettaro. Qui fuori ce ne sono a badilate a costruire falsità e stigma verso questo o verso quello. A loro basta linkare e scrivere, scrivere, scrivere, e pontificare sui massimi sistemi costruendo le loro argomentazioni su assunzioni indimostrate o addirittura false.   La verità è che c’è ancora molto da capire del social networking e al momento vincono troppo spesso le leggende internettiane, come la migliore barzelletta sulle bionde.

Nel mio piccolo cerco di piegare il bastone dall’altra parte, sperando che Cartesio avesse ragione almeno in questo.