Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Stigma e DRM/2

Nel precedente post dedicato allo stigma del DRM ho solo annunciato il tema di questa serie. In questo secondo post ho intenzione di cominciare a prendere il toro per le corna.

Per come lo conosciamo da consumatori, il DRM viola numerosi diritti che pensavamo acquisiti nella nostra passata esperienza analogica, il più evidente dei quali, anche se non il solo, è la libertà di scegliere il player con cui godersi quanto acquistato legalmente in rete. E il movimento dell’open source non si è certo lasciato sfuggire l’occasione per screditare ulteriormente una filosofia commerciale basata sulla limitazione dei diritti dei consumatori, reinterpretando l’acronimo del DRM come Digital Restrictions Management.
I giudizi negativi rivolti al DRM sono tanto meritati da avere trovato supporto anche presso alcuni legislatori europei e la sua applicazione ai prodotti dell’industria dell’intrattenimento sembrerebbe essere giunta al capolinea, visto che persino nella recording industry c’è chi sta già rinunciando all’uso del DRM per la protezione di buona parte dei propri cataloghi digitali.

Partendo da simili posizioni parrebbe a prima vista impossibile, soprattutto per chi come me ha sempre sostenuto il FOSS anche per motivi di politica industriale nazionale, saltare la barricata per sostenere che il DRM non è un mostro cattivo, ma persino indispensabile, insieme ad altri interventi tecnologici e normativi, ad abilitare il futuro dei digital media in Italia e nel mondo senza che i ricavi, per ora molto modesti, rimangano comunque nelle mani dei soliti noti, invece di fluire ad alimentare una nuova generazione di artisti e di intermediari tra loro e i consumatori.