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Fuorigiri -

01/07/09

Economia analogica e digitale

Mentre giocherellavo mentalmente con l'eleganza logica dei principi del sistema di micropagamenti iPay di dmin.it, mi sono imbattuto in una domanda, che è poi una difficoltà:

  • ma perché se nell'economia analogica esiste la moneta analogica, che è anonima, non deve esistere anche nell'economia digitale una moneta digitale anch'essa anonima? 

Forse perché si pensa che l'anonimicità della moneta sia foriera di frodi/reati di tutti i tipi? Se le frodi/reati analogiche hanno le moto per correre, le frodi digitali vanno parecchio più veloci, anche di Valentino Rossi. Ergo niente moneta digitale anonima.

Non mi convince. Le monete analogiche hanno il rovescio della medaglia, testa e croce. Il rovescio dell'anonimicità della moneta analogica è la libertà. Ci si nasconde un poco, forse, ma è li che riposa un altro pezzo di libertà.

Quindi mi metterò al lavoro per verificare se questo principio possa integrarsi con i principi di ipay. Per ora ho trovato questo, per me spettacolare, paper della Columbia e della George Mason University, dove cosa ti scovo? Il principio dell'incentivazione che è stato il primo a cui anch'io ho pensato per iPay e poi, eccola li, la moneta digitale anonima.

  • generi un numero casuale (va beh, anche pseudo-casuale)
  • lo strizzi con la funzione di hashing
  • lo cifri con la chiave pubblica di una banca digitale

et voilà, la moneta digitale anonima.
Come non provare a infilarla in iPay?

CATEGORIE: Economia

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30/06/09

Microsofisma/2

Non ho fatto in tempo a scrivere Microsofisma/1, che subito ho trovato nel post di Guido Romeo la smentita di Nielsen alla mia conclusione. Non è vero che i giovani si informano di più online che sulla carta stampata e neppure che lo facciano più online che via TV. Mi è subito venuta in mente una frase famosa di Aaron Levenstein: “Statistics are like a bikini. What they reveal is suggestive, but what they conceal is vital.”

Quindi vado avanti con i miei microsofismi senza preoccuparmi più di tanto dei report di Nielsen il cui obiettivo finale sembra essere quello di convincere gli investitori pubblicitari a continuare a fare le proprie campagne pubblicitarie in televisione e sulla carta stampata.

In Microsofisma/1 avevo concluso che "la popolazione che si informa sul cartaceo diminuisce in modo strutturale". 

Dato che gli investitori pubblicitari vanno dove va il pubblico, insieme alla supposta verità della precedente conclusione si può dedurre che:

  • gli investimenti pubblicitari su carta stampata diminuiscono in modo strutturale


CATEGORIE: Media

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27/06/09

Microsofisma/1

Il primo è stato Murdoch.

p) la popolazione invecchia e, anche se Papi ha promesso che vivremo tutti cento anni, non ci si può fare molto;

q) la popolazione giovane che sostituisce la vecchia si informa online molto più che su carta (a dire la verità anche molto più che in televisione), quindi la prima conclusione:

c) la popolazione che si informa sul cartaceo diminuisce in modo strutturale

L'assunzione implicita che consente di trarre la verità della conclusione c),  dalla verità delle sue premesse p) e q),  è che il dominio del discorso sia rappresentato dall'unione delle popolazioni delle nazioni che sono membri di un occidente concettuale piuttosto maturo.

Potrebbe essere interessante verificare anche la verità di un lemma di c):

  • la popolazione che si informa in televisione diminuisce in modo strutturale. 

Ma in questo momento confonde solamente le idee.
Comunque, non ho nessuna voglia di mettermi a verificare la verità delle due assunzioni implicite. Agli statistici nelle aziende di ricerche di marketing può riuscire più facile che a me.

CATEGORIE: Media

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26/06/09

Un'infanzia rubata

Michael-jackson1

E' moltissimo tempo, troppo, che non scrivo più nel blog e  proprio ieri  avevo  preparato un post su un tema molto caldo, ma questa mattina, prima di partire per Torino, ho letto della morte di Michael Jackson e non l'ho pubblicato. In viaggio ascoltavo la radio e ho sentito un'intervista di molti anni fa in cui Michael Jackson raccontava della sua infanzia, senza amici e senza giochi, fatta solamente di concerti, di interviste e del padre che lo terrorizzava. Non ha mai accusato chi gli ha davvero rubato l'infanzia: lo show business che su quella voce tanto blues quanto celestiale e su quel corpo minuto ed elettrico voleva e ha lucrato oltre ogni modo. Poi ho sentito che per riparare ai debiti di 500 milioni di dollari che aveva contratto in un'età adulta solo per l'anagrafe, gli avevano fatto un contratto per 50 concerti a Londra, di cui qualcuno si è divertito anche a calcolare il danno economico causato dalla sua morte (non ricordo se 300 milioni di sterline, di dollari o di euro). Per poter sostenere quello sforzo Jacko non ha opposto resistenza e si è sottoposto alle cure di medici che di Ippocrate non ricordano neppure il nome. Dopo l'infanzia, lo show business gli ha rubato l'ultima cosa che gli era rimasta: la vita.

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30/01/08

Ecommerce laFeltrinelli.it

Ieri si è tenuta alla Triennale di Milano la conferenza stampa di presentazione del nuovo sito di ecommerce delle Librerie Feltrinelli. Ne ha parlato in anticipo Luca De Biase che ha poi tenuto un intervento introduttivo alla conferenza stampa stessa. Luca ci ha riportato alcuni numeri molto interessanti sulla diffusione di internet in italia (tra i 18 e i 24 milioni di persone, a seconda della fonte) e sul tempo medio che queste stesse persone passano online (6 volte di più rispetto ai tempi della bolla speculativa di internet). L'informazione più interessante che ci dato però Luca è quella relativa al motivo per cui Amazon non è presente in Italia. Intervistato in passato da Luca,  Diego Piacentini, vice presidente di Amazon, ha dichiarato che il motivo per cui non sono presenti in Italia dipende dalle difficoltà organizzative della logistica italiana. Questo dato sembrerebbe quindi lasciare libero spazio alle iniziative locali di laFeltrinelli e dei suoi concorrenti, come IBS e BOL, sul mercato nazionale. Personalmente credo che sia arrivato il momento di essere un poco più temerari e prima di perdere il treno dell'ecommerce di contenuti digitali (quelli che io chiamo sempre digital media). E' certamente un mercato ancora piccolo, ma le bandierine, come nello spazio, bisogna fare in fretta a piantarle, prima che Piacentini ci ripensi e dica: i digital media se ne fregano dei problemi organizzativi e logistici italiani e ogni euro investito in ICT nell'ecommerce dei digital media ha un ROI di molto superiore allo stesso investimento in ICT nell'ecommerce di beni fisici.

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26/12/07

Regalo di Natale

Oggi mi faccio un regalo di Natale. Annuncio che l'ecommerce di La Feltrinelli è finalmente aperto al pubblico. Non sono mai stato superstizioso (ho fondato Sinapsi di venerdi 17), ma cauto si. Quando con Sinapsi e OpenMind vincemmo la gara per la realizzazione dell'ecommerce di La Feltrinelli, decidemmo di non prendere alcuna iniziativa di comunicazione. I tempi erano strettissimi e il lavoro da fare moltissimo. Ragioni più che sufficienti per comportarsi come Trapattoni: non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. Non è stata scaramanzia, ma semplice prudenza. Ma adesso posso dirlo. Ci siamo riusciti, con molta fatica, ma ci siamo riusciti. Ma cosa ha di particolare l'ecommerce di La Feltrinelli?

Per il momento cito una sola particolarità. E' stato realizzato interamente con pacchetti open source per piattaforma java. Si va dal content management system magnolia, all'orchestratore mule, passando da spring, da hibernate e altre amenità del genere, il tutto ospitato sul mai abbastanza riverito apache tomcat. Inutile dire che  i sistemi operativi sono gnu/linux. Avete presente quando si parla di riduzioni dei costi di licenza d'uso? Eccovi serviti. E' nei progetti di medie e grandi dimensioni che l'impatto dell'open source sui costi zittisce tutti i soloni che si ostinano a citare gli studi sui TCO e sui quadranti magici dei prezzolati analisti di mercato. CIO della Pubblica Amministrazione e delle grandi imprese dove siete? Anybody home?  Non ostinatevi a comprare costosissime licenze proprietarie per oltre 5 miliardi all'anno che alimentano, se va bene, i laboratori R&D delle imprese straniere. Copritevi il capo di cenere e imparate a spendere meno e meglio. Imparate a rendere competitivi i vostri servizi digitali utilizzando l'open source. Cosa credete che faccia Google? E voi pensate di essere più furbi di loro? E poi ve ne dico un'altra, tanto grossa quanto vera. Il 10% di zero è zero. Qualsiasi percentuale di zero è zero. Chi ha orecchie per intendere in tenda, tutti gli altri in roulotte (è una battuta del liceo, ossia di 30 anni fa, ma rimane buona). E fareste anche un buon servizio al vostro paese, perché questa è anche politica industriale. Si formano persone che hanno conoscenza nell'era della conoscenza. Si aiutano le piccole imprese dell'ICT a crescere di dimensioni sul mercato locale per poi provare a fare il salto sui mercati internazionali. Ma lo sapete che i costi del lavoro intellettuale in Italia sono i più bassi d'Europa? E voi fareste anche l'outsourcing di Babbo Natale in India? L'India siamo noi. 

Qualche altra cosa la racconterò più avanti. E' pur sempre Natale anche per me.

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16/12/07

Stigma e DRM/5 - TPM

Nella mailing list di Digital Media in Italia accadono le stesse cose che Sandrone Dazieri ha descritto benissimo in un suo post di qualche tempo fa e che non saprei esprime meglio. Ciò detto, mi interessa mettere in rilievo una delle tipiche leggende internettiane che, di link in link, assumono lo status di verità.

La colpa di questa trasfigurazione, nella maggior parte dei casi, dipende dalla superfialità di chi linka. Si tende a prendere per buono, per esempio, il post di x che dichiara di avere scritto un programma software (e sicuramente lo ha fatto) che utilizza un'implementazione di interfacciamento con il diavolo (il Trusted Platform Module) e che al momento dell'esecuzione del programma che ha scritto gli chiede un certificato digitale per essere eseguito. Il certificato costa x, e quindi questo dimostrerebbe la malvagità del TPM e del DRM che, senza TPM, potrebbe essere crackato in pochissimo tempo (la sicurezza software è molto meno sicurezza della sicurezza hardware).

Bella dimostrazione, certo, della superficialità di chi l'ha scritto, ma soprattutto di chi l'ha cominciato a linkare come se fosse l'oracolo divino, per altro aggiungendo il seguente ringraziamento al programmatore x:

Grazie di aver condiviso la tua esperienza, mi e’ tornata molto utile. Sto discutendo con delle persone che vogliono fare un DRM interoperabile di Stato per risolvere i problemi delle major… roba da pazzi…

I pazzi saremmo noi di Digital Media in Italia. Noi vorremmo risolvere i problemi economici delle major? E per farlo introdurremmo una piattaforma di gestione dei diritti d'autore interoperabile? E la sua tesi si baserebbe sul post del programmatore di cui sopra? Forse nessuno ha detto al programmatore che prima di trarre conclusioni affrettate avrebbe almeno potuto verificare se per caso non ci fosse la possibilità di creare una certification authority del software libero/open source che potesse emettere certificati del software libero e open source. Forse non ha considerato che proprio il TPM dimostrerà la superiorità del modello di sviluppo aperto del software e che proprio quel tpm potrà servire a costruirci la certezza del rispetto della privacy, perché nel codice sorgente leggo cosa fa il codice, il codice compilato è garantito essere compilato a partire da quel codice sorgente e, conseguentemente, sulla mia macchina vengono eseguite solamente i programmi che so esattamente cosa fanno delle mie risorse e dei miei dati.

Certo, molto peggio del programmatore ha fatto il linkettaro. Qui fuori ce ne sono a badilate a costruire falsità e stigma verso questo o verso quello. A loro basta linkare e scrivere, scrivere, scrivere, e pontificare sui massimi sistemi costruendo le loro argomentazioni su assunzioni indimostrate o addirittura false.   La verità è che c'è ancora molto da capire del social networking e al momento vincono troppo spesso le leggende internettiane, come la migliore barzelletta sulle bionde.

Nel mio piccolo cerco di piegare il bastone dall'altra parte, sperando che Cartesio avesse ragione almeno in questo.

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07/12/07

Stigma e DRM/4 - L'idiozia francese

Come alcuni sanno già, in Francia sta andando in onda una dei paradigmi della conservazione. Con il pretesto della difesa della proprietà intellettuale sotto forma di downloading illegale di tantissima musica e sempre più film, si sono inventati un ponte levatoio per fare passare solo i bit che gli pare. Anzi li fanno passare anche tutti i bit, ma poi ad alcuni, un poco meno binari e più fantasiosi di altri, decidono di portali da un'altra parte e li picchiano come tamburi. Complimenti mister Sarkozy, preferivo la testata di Zidane.

Per valorizzare i bit creativi, non c'è bisogno di mettere ponti levatoi ad ogni castello della rete. Bastano:

  • la bestemmia DRM addolcita dalla "i" davanti, quella che sta per interoperabile;
  • un poco di fantasia con i sistemi di micropagamento;
  • i più aperti dei castelli della rete, quelli senza ponti levatoi e senza giardini recintati intorno.

Basta la proposta di Digital Media in Italia.

Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, consiglio di leggere l'appello di Leonardo Chiariglione. A tutti gli altri, quelli che capiscono e quelli che no, consiglio invece di firmarlo, a occhi chiusi. Fidatevi di un cretino.

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18/11/07

Stigma e DRM/3

Avendo deciso di prendere il toro (il DRM) per le corna (lo stigma), dovrei esaminare le argomentazioni contro il DRM di tutti o quasi i movimenti a difesa dei consumatori o del software libero/aperto. Il materiale in rete è tanto vasto  che mi è impossibile tracciarlo per intero o anche solo categorizzarlo. Per chi volesse avere un'idea di quanto lo stigma del DRM sia cresciuto negli ultimi anni può consultare i contenuti di drm.info il cui mantra è  "defective by design". Il sito contiene anche i riferimenti a molti altri siti che stigmatizzano in più lingue il DRM.  Solo la schizofrenia soffre di una maggiore maledizione sociale. Ma di quale DRM si parla tanto male? Di tutti, facendo di ogni erba un fascio. La rete è potente, è un insieme quasi illimitato di microfoni aperti che parlano, uno per ogni indirizzo IP, ma l'intelligenza ce la dobbiamo mettere noi. Non basta copiare qui e li, linkare questo o quell'altro, googlare a destra e a sinistra (meglio wikipedia, se volete un consiglio). Dobbiamo metterci intelligenza e, ancora prima dell'intelligenza, bisogna  sudare, come Giacomo Leopardi, sulle carte, e anche sui bit. Al sudore e all'intelligenza non basta sostituire la passione ideologica per capire come stiano davvero le cose. Dobbiamo tutti prendere in mano il manuale del giornalista in 24ore e andare a verificare le fonti delle notizie e delle affermazioni, dobbiamo andare più lenti e più profondi. E' faticoso, lo so, ma non abbiamo alternative se vogliamo capire come stiano le cose. Lo stigma verso il DRM, se è meritato per tutti i DRM di cui parla drm.info non lo è per quello definito all'interno di DMP (Digital Media Project) e che va sotto il nome di IDP (Interoperable DRM Platform). IDP, o iDRM (interoperable DRM) come mi piace chiamarlo, è una bestia parecchio differente da tutti i DRM che avete mai visto, ma per scoprirlo bisogna studiare. Potrò indicarvi qualche scorciatoia, fornirvi qualche sintesi, qualche principio, qualche spiegazione, ma per parlarne con cognizione di causa bisogna studiarlo, bisogna sudarci sopra quasi quanto quelli che ne hanno create le specifiche tecniche, Leonardo e Filippo Chiariglione primi tra tutti.

Ecco, dopo questo sfogo, nei prossimi post comincerò davvero a parlare di iDRM.

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15/11/07

Stigma e DRM/2

Nel precedente post dedicato allo stigma del DRM ho solo annunciato il tema di questa serie. In questo secondo post ho intenzione di cominciare a prendere il toro per le corna.

Per come lo conosciamo da consumatori, il DRM viola numerosi diritti che pensavamo acquisiti nella nostra passata esperienza analogica, il più evidente dei quali, anche se non il solo, è la libertà di scegliere il player con cui godersi quanto acquistato legalmente in rete. E il movimento dell'open source non si è certo lasciato sfuggire l'occasione per screditare ulteriormente una filosofia commerciale basata sulla limitazione dei diritti dei consumatori, reinterpretando l'acronimo del DRM come Digital Restrictions Management.
I giudizi negativi rivolti al DRM sono tanto meritati da avere trovato supporto anche presso alcuni legislatori europei e la sua applicazione ai prodotti dell'industria dell'intrattenimento sembrerebbe essere giunta al capolinea, visto che persino nella recording industry c'è chi sta già rinunciando all'uso del DRM per la protezione di buona parte dei propri cataloghi digitali.

Partendo da simili posizioni parrebbe a prima vista impossibile, soprattutto per chi come me ha sempre sostenuto il FOSS anche per motivi di politica industriale nazionale, saltare la barricata per sostenere che il DRM non è un mostro cattivo, ma persino indispensabile, insieme ad altri interventi tecnologici e normativi, ad abilitare il futuro dei digital media in Italia e nel mondo senza che i ricavi, per ora molto modesti, rimangano comunque nelle mani dei soliti noti, invece di fluire ad alimentare una nuova generazione di artisti e di intermediari tra loro e i consumatori.

CATEGORIE: Tecnologia

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